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Non è tutto verde ciò che è ESG

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Che gli investimenti responsabili e i fondi ESG oramai siano sulla bocca di tutti, è certo. Li raccontiamo dal 2013 e molto è cambiato da allora.
Come spesso abbiamo spiegato, l’investimento in fondi ESG non è la soluzione a tutti i mali: non è perfetto, anzi è soggetto a grandi greenwashing e approssimazioni, ma è importante spiegare che non solo si può investire in maniera etica, responsabile, ambientalmente e umanamente evoluta, ma questa modalità dovrebbe diventare l’unica possibile.
Siamo arrivati ad un punto cruciale, l’ESG - che per chi ancora non lo sa è l'acronimo di Environment (ambiente), Social (sociale) e Governance (la trasparenza con cui si dirige una azienda) - è la nuova star totale e globale, con centinaia di miliardi di raccolta. Ne parlano tutti, e tutti ci si sono buttati a capofitto.
Insomma, i fondi ESG sono diventati un fenomeno mass market. Ci mancano solo i reality show: dopo starlet, artisti e cuochi, ora anche gli investitori responsabili.

Ma è giunto il momento di rendere le cose più serie.
Esatto: fino ad ora, quello ai fondi ESG non è stato un approccio serio, ma più un approccio di marketing.
Non ci sono criteri univoci per valutare un’azienda in termini di impatto ambientale, sociale di governance e spesso le aziende stesse non forniscono dati a sufficienza.
E alla fine, uno rigira i numeri come vuole, per risultare più luccicante e verde.
Non è greenwashing, ma poco ci manca.
Non stiamo dicendo che l’ESG è una truffa, ma ora che è un fenomeno di massa e ampiamente compreso, bisogna aggiustare i suoi meccanismi.
Cosa c’è che non va quindi nei fondi passivi e attivi, etf e non, che si fregiano dell’acronimo ESG?
Che sono pieni di tech company, che non sempre sono le prime delle classe in quanto a impatto ambientale.
Per esempio, noi investiamo nel nostro fondo pensione nell’ETF MSCI SRI WORLD, un etf ESG che investe nell’azionario mondiale.
Come insegnamo nei nostri corsi, quando si compra qualcosa bisogna vedere e comprendere in cosa si investe. Ed ecco qua cosa c’è dentro questo fondo.



Tante tante aziende tech, che andando a scavare in tutti gli etf con dentro la parolina ESG, troviamo e ritroviamo. Diversi emittenti, stesse azioni.


5 Azioni contano per più del 20% di questi fondi, e tutte sono big tech.

Attenzione, non c'è nulla di male su questo fatto. Ma in un affascinante rapporto pubblicato dal capo reparto Quant di BofA, Savita Subramanian, intitolato "10 sorprese sull'S & P 500 per la Giornata della Terra" per commemorare la Giornata della Terra, c’è la scoperta che potrebbe essere la sorpresa più grande di tutte:

"La tecnologia è uno dei settori più sopra ponderati dai fondi ESG, ma riteniamo che abbia alcune delle più alte emissioni indirette tra le industrie di servizi".

Per provare questa affermazione Subramanian ci spiega che esistono diversi “scopi” di emissione: dirette, oppure consequenziali.
Secondo l'EPA, le emissioni di Scopo 3 sono il risultato di attività provenienti da risorse non possedute o controllate dall'organizzazione che redige il bilancio. Le emissioni dell'ambito 3 includono tutte le fonti che non rientrano nei confini dell'ambito 1 e 2 di un'organizzazione. Le emissioni dell'ambito 3 per un'organizzazione sono le emissioni dell'ambito 1 e 2 di un'altra organizzazione. Le emissioni di Scopo 3, denominate anche "emissioni della catena del valore", rappresentano spesso la maggior parte delle emissioni totali di gas serra di un'organizzazione.

Se per esempio la tua azienda utilizza internet massivamente, inquina.
A livello di inquinamento diretto potresti essere il primo della classe: tutti lavorano da remoto, tutti con i pannelli fotovoltaici. Ma puoi dire la stessa cosa dei fornitori a cui ti appoggi per produrre il tuo valore?

Subramanian mostra un grafico che rivela l'intensità delle emissioni di Scopo 1, Scopo 2 e Scopo 3 per settore e rileva che mentre le società Internet e Tech hanno effettivamente un profilo di emissioni Scopo 1 e Scopo 2 basso, la loro intensità di emissioni indiretta è la più alta al mondo, alla pari di industrie come auto, cibo e bevande, e molto al di sopra delle aziende di prodotti per la casa, media e intrattenimento, banche, telecomunicazioni e molti altri.



Dove sta il problema? Che persino nei regolamenti e protocolli della stessa EPA, ovvero l’agenzia statunitense per la protezione dell’ambiente, non viene chiesto alle aziende di valutare le loro emissioni di terza categoria.

Le emissioni di tipo 3, infatti, non sono sotto il controllo dell’azienda, cionondimeno l’azienda stessa può influenzare la propria catena del valore al fine di ridurle, questo innescherebbe un vero circolo virtuoso.

Se veramente abbiamo capito che la natura siamo noi e che siamo tutti connessi, non possiamo far vedere che abbiamo l’orto florido e fregarcene di cosa fanno le aziende che ci aiutano a renderlo tale.

Viviamo ancora nell’era dell’egocentrismo, facciamo le cose per il nostro tornaconto personale, perché il mercato ci premia, ma non abbiamo ancora una vera spinta ad un movimento comune e sinergico atto a risolvere un problema così pressante.

Se negli ultimi 5 anni abbiamo spinto per far conoscere il movimento del business karmico e degli investimenti etici, ci vedrete sempre di più combattere per renderlo migliore.

La fase 1 è completata, ora la fase 2 deve iniziare.

È la più difficile, ma anche quella più potente, quella dove le cose si fanno seriamente. Non basta essere sensibilizzati, bisogna essere attivamente coinvolti, tecnicamente preparati e pronti a modificare la nostra cultura e approccio all’azienda.
Uno dei movimenti che più incarna questo ideale è sicuramente quello delle BCorp e crediamo fortemente che solo un approccio sincero e trasparente possa portare a risultati concreti; e quando parliamo di concreti parliamo della sopravvivenza del pianeta.
Esagerati? Crediamo proprio di no.
 

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