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Estasi lavorativa: il segreto per rendere la vita più bella (senza usare droghe)

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Qui parliamo di estasi lavorativa, ma prima è bene fare una premessa.
La stessa frase “il mio lavoro mi manda in estasi” sembra un ossimoro, un binomio impossibile. Siamo abituati a concepire il lavoro come qualcosa che dobbiamo fare per poter campare, e solo i più fortunati possono ammettere di amare ciò che fanno. Ma il pensiero di “andare in estasi” grazie al lavoro sembra una cagata pazzesca di fantozziana memoria.
Questo articolo è una provocazione. È possibile guardare il lavoro con occhi diversi? Lo possiamo osservare da una nuova prospettiva?

Molto spesso ricerchiamo l’appagamento personale attraverso la novità: un’auto, una fidanzata, un gruppo di amici, un viaggio, un’esperienza. Tutto ciò che è nuovo solletica il nostro desiderio molto di più di ciò che abbiamo già. E se invece provassimo a migliorare quello che abbiamo, come ad esempio il lavoro, senza ricercare sempre la novità in modo frenetico?

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Cos’è davvero l’estasi?

L’estasi è un concetto legato ad esperienze profonde come l’arte, la religione, la musica, la meditazione. È una sensazione sia psichica che fisica, che si sprigiona dentro noi stessi in un momento di particolare unione con l’universo che ci circonda. Osservando un tramonto, raggiungendo la vetta di una montagna, ndo del buon sesso o meditando può capitare di sentirci avvolti da una condizione di pienezza, vitalità, calore, gioia, esaltazione. È difficile descrivere in modo preciso un momento di estasi, perché è qualcosa di talmente intenso e complesso che le parole spesso non sono abbastanza.
Se però ci riferiamo al significato etimologico della parola estasi, scopriamo che significa "portare" o "collocare fuori". Un’esaltazione della spirito che si fissa in qualcosa che sta fuori da noi stessi. Quindi, non è mai l’oggetto dell’estasi a provocarla, l’estasi non nasce dall’oggetto in sé, ma sono i nostri sentimenti riposti in quell’oggetto a far nascere la sensazione di estasi. Che si tratti di un quadro, una sinfonia, un paesaggio, una persona amata, siamo noi a trasferire su di essi il motore dell’estasi.
Lo scrittore Aldous Huxley, la definiva sensazione di trascendenza, per lo psicologo Abraham Maslow si tratta invece di una esperienza di picco, a cui ha dedicato un intero volume. O ancora, lo psicologo Mihaly Csikszentmihalyi la chiamava semplicemente flusso, ovvero quel momento in cui tutto sembra scorrere nella giusta direzione senza alcuna resistenza.

Dopo aver cercato di dare una rappresentazione dell’estasi, questa potrebbe sembrarti ancora più lontana dalla tipica situazione lavorativa che vivi ogni giorno. Come coniugare un’attività spesso connessa agli asceti, ai monaci e agli eremiti, con la nostra essenza di persone che vogliono stare nel mondo e fare concretamente qualcosa ogni giorno, interagendo con il prossimo e vivendo nel nostro tempo?
Una risposta ci arriva dallo Zen, l’antica pratica di meditazione giapponese, che viene definita l’arte di stare nella realtà. Per lo Zen, la ricerca dell’illuminazione non è altro che essere nel qui e ora, ovvero l’essere presenti durante qualsiasi azione che si sta ndo. Essere presenti mentre si cammina, quando si cucina, quando ci si fa la doccia, mentre si digita al computer o mentre si parla con qualcuno. L’attenzione al momento presente è la chiave per il raggiungimento dell’estasi nello Zen. Queste brevi, ma continuative esperienze di picco, o di flusso, possono accompagnarci durante le nostre giornate, ovunque siamo, senza dover lasciare tutto e raggiungere un ashram in India.

Come raggiungere l’estasi lavorativa

L’estasi lavorativa è quello stato di grazia in cui svolgiamo in attenzione tutte le nostre attività, con la consapevolezza del come e del perché stiamo ndo, raggiungendo gli obiettivi professionali senza la sensazione negativa di sforzo o sacrificio. Attraverso questo modus operandi, ci accorgiamo di poter ottenere la massima soddisfazione senza dover fare rinunce. All’apice della concentrazione, il tempo smette di essere tiranno, e l’attività lavorativa si trasforma in gioia e gratificazione.
Per fare in modo che questo accada, bisogna tenere conto di alcune premesse. La sfida dev’essere commisurata alle capacità. Se la sfida che dobbiamo affrontare è troppo grande per le nostre capacità, l’ansia e lo stress sono le ovvie conseguenze. Se invece devi completare una mansione troppo semplice per le tue competenze, otterremo la noia. Solo quando ci sentiamo all’altezza della sfida, tutto diventa stimolante e prepara il terreno per un’esperienza profonda.
Fai un test pratico. Scrivi su un foglio la lista delle tue mansioni lavorative giornaliere. Sono stimolanti? Sono alla tua altezza? Sono troppo ardue per le tue competenze?
Quali attività producono le migliori sensazioni dentro di te? Quali sono quelle mansioni che ti fanno isolare dal resto e ti permettono di raggiungere una concentrazione profonda? Ci sono delle caratteristiche, o quelle che noi chiamiamo trame nascoste, che accomunano gli stati di estasi lavorativa? Cercale nei dettagli. Capitano di mattina, nel pomeriggio o la sera? Lavoravi in gruppo o da solo? Eri il leader o un membro del gruppo? Quali azioni invece ti provocano stress, o noia? Che caratteristiche hanno? Lavoravi al chiuso o all’aperto? C’era una bella luce o era nuvoloso? Lavoravi con il corpo o eri seduto alla scrivania?
Una volta individuate le attività che ti fanno sentire in estasi, cerca di replicarle il più possibile, e soprattutto cerca di ricreare fedelmente l’ambiente più propizio a farti vivere un’esperienza profonda. Se dai il massimo nel lavoro di gruppo, fallo più spesso, se in uno spazio illuminato ti senti meglio, spalanca le finestre! 

L’azienda karmica come obiettivo professionale

Nei nostri corsi avanzati parliamo spesso di Azienda Karmica. Quest’ultima non è altro che un’azienda che fa profitto e si impegna al miglioramento costante, ma integra nelle sue attività le azioni che mirano al rispetto dell’ambiente che la circonda, al rafforzamento dei valori su cui si basa l’azienda stessa e all’evoluzione delle persone che la costituiscono.
Attenzione, però. La ricerca degli stati di estasi lavorativa non è un vezzo new age da santoni, ma un modo per essere più efficaci, concentrati, produttivi, lucidi, empatici, stimolati e stimolanti, migliorando le performance aziendali, che ci permetteranno un benessere materiale e spirituale maggiori.

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