Il 19 febbraio 2020, l'S&P 500 chiude a 3.386 punti. Massimo storico. Tutto bene, tutti felici.
Trentatré giorni dopo, il 23 marzo, chiude a 2.237. Un crollo del 34% in meno di cinque settimane, la discesa più rapida nella storia dell'indice da un nuovo massimo. Nel mezzo: lockdown globali, ospedali al collasso, economie ferme, e nessuno che sapesse davvero quando sarebbe finita.
Se avessi investito 10.000 euro sull'S&P 500 il 19 febbraio, poco più di un mese dopo ne avresti visti sul conto circa 6.600. Senza aver fatto nulla di sbagliato. Seguendo esattamente la strategia razionale che avrebbe seguito chiunque conosce i mercati.
Nello stesso periodo, chi deteneva quote di royalties musicali stava guardando lo stesso telegiornale, ma da una posizione molto diversa.

Il crollo del 2020: due asset, due comportamenti opposti
Confrontare royalties musicali e S&P 500 richiede precisione. Sono asset profondamente diversi per struttura, liquidità e profilo di rischio, e fare il confronto senza riconoscerlo sarebbe disonesto.
Un ETF sull'S&P 500 è liquido, regolamentato, diversificato su 500 aziende, acquistabile e vendibile in qualsiasi momento di mercato aperto. Le royalties musicali sono meno liquide, concentrate su un numero limitato di cataloghi, con un mercato secondario ancora in costruzione. Queste differenze non sono dettagli tecnici: sono strutturali, e devono guidare qualsiasi ragionamento su allocazione e dimensione della posizione.
Detto questo, il confronto vale la pena. Non per stabilire quale dei due sia "migliore" in assoluto, è la domanda sbagliata, ma per capire cosa ciascuno fa in portafoglio. E soprattutto cosa fa quando arriva la crisi.
Cosa è successo alle royalties musicali durante la pandemia
Mentre i mercati azionari andavano a ferro e fuoco, cosa succedeva alle royalties musicali? La risposta è controintuitiva, e i dati la confermano con precisione.
Nel 2020, secondo l'IFPI Global Music Report, i ricavi globali da streaming musicale sono cresciuti del 19,9% rispetto all'anno precedente, raggiungendo 13,4 miliardi di dollari. Gli abbonamenti a pagamento a piattaforme come Spotify hanno raggiunto i 443 milioni di utenti a fine anno.
Il meccanismo è semplice a posteriori: le persone in lockdown stavano a casa. E a casa ascoltavano musica: anzi, la ascoltavano in modo diverso. I pattern di consumo durante i lockdown somigliavano a quelli tipici del weekend: playlist d'ambiente, ascolto prolungato, musica rilassante. Il tipo di consumo che genera stream costanti, non picchi da classifica.
C'è un asterisco da mettere, e va messo subito: chi conosce il settore ricorda come l'industria live sia crollata completamente nel 2020. Concerti annullati, tour fermi, nessun guadagno da esibizioni dal vivo. I diritti da performance sono calati di circa il 10% quell'anno. Ma i diritti musicali sullo streaming, l'asset che si acquista oggi su piattaforme come ANote Music o Sonomo, non dipendono dai concerti. Dipendono dagli ascolti. E nel 2020, gli ascolti sono aumentati.
Due investitori, stessa data, scenari diversi
Immagina due investitori che il 19 febbraio 2020, il giorno del massimo storico, allocano ciascuno 10.000 euro.
L'investitore A acquista un ETF sull'S&P 500. L'investitore B acquista quote di un catalogo musicale consolidato su una piattaforma come ANote Music: almeno tre anni di storico verificato, con un rendimento annuo storico in linea con i range pubblicati dalla piattaforma stessa (indicativamente 6–16% annuo sui cataloghi degli ultimi cinque anni, dati storici che non costituiscono garanzia di risultati futuri).
Al 23 marzo 2020, il fondo del crollo. L'investitore A guarda il conto: circa 6.600 euro. Ha perso il 34% in poco più di un mese. Se ha bisogno di liquidità in quel momento, vende a quel prezzo: perdita reale, non sulla carta. L'investitore B guarda il conto: 10.000 euro. Il valore nominale della sua quota non è quotato su un mercato in tempo reale, non oscilla minuto per minuto. Sta aspettando il prossimo pagamento di royalties, che arriverà come da contratto. Il suo drawdown in quel momento è zero, non perché l'asset non abbia rischi, ma perché i suoi driver di valore non dipendono dall'indice azionario.
A fine 2020. L'investitore A, se ha tenuto senza vendere nel panico, chiude l'anno in positivo (intorno al +16% inclusi i dividendi): un risultato discreto, in un anno con un drawdown sulla carta di quasi il 40% al momento peggiore. L'investitore B ha ricevuto durante l'anno royalties proporzionali alla sua quota, con il capitale nominale intatto e nessun drawdown durante il crollo.
Il punto non è chi ha guadagnato di più nel 2020. Nel lungo periodo, un ETF sull'S&P 500 con reinvestimento dei dividendi ha un track record che pochissimi asset possono eguagliare. Il punto è la forma del rendimento e il suo comportamento sotto stress acuto.
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Prima di tutto, onestà intellettuale
Nessuno dei due asset è "la risposta". Un ETF azionario resta più liquido, più regolamentato e più diversificato; le royalties restano meno liquide e più concentrate. Chi ti racconta che esiste un asset senza rischi ti sta vendendo qualcosa di sbagliato. Il confronto serve a una cosa sola: capire come si comportano quando le condizioni si fanno estreme, per costruire un portafoglio che non dipenda da un solo motore.
Decorrelazione e diversificazione: cosa fanno davvero in portafoglio
"Decorrelato dai mercati" è una delle frasi più abusate nella finanza alternativa. Vale la pena capire cosa significa con precisione.
Cosa significa davvero "decorrelato"
La correlazione misura quanto due asset si muovono insieme. Alta correlazione positiva: quando uno scende, l'altro tende a scendere. Bassa correlazione: i movimenti sono indipendenti.
Il rendimento di un'azione dipende dagli utili aziendali, dai tassi di interesse, dalle aspettative di crescita economica, dal sentiment del mercato. Il rendimento di una royalty dipende da quante volte quella canzone viene ascoltata, trasmessa, usata in una pubblicità. Sono driver completamente diversi. Quando i mercati crollano perché c'è una pandemia globale, le persone non smettono di ascoltare musica: a volte ascoltano di più, come i dati IFPI 2020 confermano.
Questo è il comportamento di un asset da diversificazione: non promette rendimento superiore in ogni scenario, ma promette comportamento diverso negli scenari di stress. In un portafoglio bilanciato, quella caratteristica ha un valore preciso e misurabile: riduce la volatilità complessiva senza necessariamente ridurre il rendimento atteso. È uno dei principi fondamentali della costruzione di portafoglio, e vale la pena applicarlo anche a una fetta di asset alternativi decorrelati dai mercati tradizionali.

Come usarli insieme (non uno o l'altro)
Non si tratta di scegliere, si tratta di capire cosa fa ciascuno e usarli di conseguenza. Un ETF sull'S&P 500 è il motore di lungo periodo: accumulazione di capitale, esposizione alla crescita economica globale, liquidità immediata; la sua volatilità è documentata, storicamente riassorbita e prevedibile nella struttura, anche quando fa male. Le royalties musicali, lo stesso tipo di asset che genera reddito anche per artisti come Taylor Swift, sono invece un generatore di flusso decorrelato: rendimento corrente, bassa correlazione con i mercati azionari, comportamento parzialmente difensivo in scenari di crisi esogena, a fronte di liquidità ridotta e concentrazione su cataloghi specifici.
Inserirli entrambi in portafoglio, con pesi appropriati al proprio orizzonte temporale e profilo di rischio, non è una scelta esotica, è un ragionamento di diversificazione fondato sui dati.
Il 2020 ha mostrato cosa succede quando arriva una crisi improvvisa e senza precedenti. L'S&P 500 ha perso il 34% in trentatré giorni, poi ha recuperato tutto e ha chiuso l'anno in positivo. I diritti musicali sullo streaming hanno continuato a generare flussi, perché le persone in lockdown ascoltavano musica e i ricavi dello streaming sono cresciuti quasi del 20%.
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