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Ecco come il low cost ci rende poveri

 

Esiste un fenomeno nato dapprima con le compagnie aeree e diffuso poi in tutti gli scambi commerciali. E si chiama Low Cost. No, non stiamo qui a spiegarti cos’è la spesa low cost con tutti i suoi esempi: dopotutto è un’evoluzione (o involuzione?) che ha intrapreso il mercato da molti anni a questa parte, nulla di nuovo. Ci basterà dire che il low cost è figlio di una specifica filosofia di spesa: quella che vede nel prezzo l’unico – o il principale – driver d’acquisto, cioè motivo scatenante della decisione di comprare.

In fondo chi resiste ad un biglietto Ryanair Malta – Madrid a 20 euro? È giusto basare la propria spesa su questo? Non lo sappiamo. Ma di una cosa siamo certi: come suggerisce nel suo libro il professor Pier Luigi Del Viscovo, il Low Cost ci rende più poveri.

Consideralo contraddittorio, provocatorio o contro-intuitivo, ma il low cost di fatto ci rende più poveri. Del Viscovo arriva a definire il low cost come fenomeno di suicidio socialista. Ed esistono diversi motivi che ci spingono a considerare giusta la sua conclusione.

 

L'azione sull’inconscio

Il primo motivo è che l’abitudine dell’usare il prezzo come driver d’acquisto comunica al nostro inconscio che valiamo poco e ci conduce nel circolo vizioso della povertà cronica: risparmio perché sono povero, sono povero perché risparmio. In altre occasioni abbiamo spiegato come l’inconscio giochi un ruolo fondamentale nel raggiungimento della ricchezza, perché – essendo preordinato alla mente razionale – influisce sulle decisioni in maniera automatica e “senza chiederci il permesso”. Dunque l’inconscio va educato, anche quando si tratta di acquisti.

Un buon passo per iniziare è imparare a distinguere l’economicità dalla frugalità. Se sei un nostro lettore abituale sai bene che noi siamo contro la “spesa compulsiva”, ma chi l’ha mai detto che l’avere poco corrisponda con lo spendere poco? Anzi il principio del Less is More a cui ogni MoneySurfer si ispira è basato proprio sul comprare poche cose essenziali ma di qualità. Ed ecco spiegato il termine frugalità, che vede nel suo significato etimologico l'essenza del godimento. Il low cost è l’apice del consumismo nonché esattamente l’opposto della frugalità.

L’emblema del malessere

Comprare tanto a poco prezzo, oltre a condurre a fenomeni da documentario come il famoso Black Friday, ci porta alla mancanza di gratificazione perché ciò che è di scarsa qualità dura anche poco: esiste un deprezzamento non solo commerciale ma anche intrinseco del prodotto. Basti pensare a come sono trattati i vestiti low cost negli outlet, neanche fossero stracci. E in quegli stessi tessuti è impresso il malessere umano della manodopera a basso costo che li produce.

Il costo sociale

A proposito della manodopera a basso costo, non siamo qui a far la morale, ma siamo sicuri che comprare un vino cileno o delle scarpe thailandesi ci faccia risparmiare a lungo termine? Non dimentichiamoci che ogni nostro acquisto di beni prodotti all’estero corrisponde ad un’importazione, e questo significa che parte della nostra spesa abbandona il nostro Paese. Ecco perché le aziende che chiudono additano la globalizzazione come cause della loro crisi.

Naturalmente non è solo colpa della globalizzazione o del low cost. Anzi ci è d’obbligo dire che una compagnia come Ryanair realmente accorcia la distanza non solo tra le persone, ma tra le culture. Il rovescio della medaglia, però, è che dà luogo ad un turismo di basso profilo, incidendo in maniera non indifferente sul mercato.

 

Forse è giunta l’ora di capire nel grande "sport" del commercio esistono più "campionati". Nonostante la corsa alla strategia low cost, esistono aziende che praticano l’esatto opposto e che invece di produrre off-shore, ritornano nel Bel Paese, sfruttando la buona fama che i marchi 100% made in Italy hanno in tutto il mondo. Dobbiamo capire che il “re-shoring” può diventare molto più remunerativo dell’off-shoring. Che il lavoro, quello di qualità, soprattutto se artigianale, va pagato. Perché quando fai un acquisto stai comprando non solo un oggetto, ma la sua unicità, nonché la storia di chi lo ha prodotto.

 

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